La voce CIMITERI di Moreno Zago, scritta per il terzo volume dell’Enciclopedia, viene approfondita con un focus sulle SEPOLTURE E PROCESSI IDENTITARI a cura di Carla Facchini
Fino a tutto il ‘700, nei paesi occidentali, le sepolture prevedevano inumazioni sotto il pavimento delle chiese o delle cappelle private per clero e ceti elevati, fosse comuni situate in spazi contigui alle chiese, all’interno delle mura che circondavano la città per i ceti popolari, ma con spazi appositi per suicidi e appartenenti ad altre religioni. Nei piccoli paesi, invece, l’abbondanza degli spazi a disposizione rispetto alla popolazione non rendeva necessario il ‘risparmio’ di terra reso possibile dalle fosse comuni, per cui i cimiteri vedevano sepolture individuali, di norma contrassegnate da una croce di legno, ferro o pietra. Questi elementi comportavano sia una sostanziale contiguità tra la ‘città dei vivi’ e la ‘città dei morti’, sia un ruolo centrale della Chiesa, sia una sostanziale differenziazione sociale. Tale assetto finì con l’editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone nel 1804, che regolamentò le pratiche sepolcrali. Diversi i punti rilevanti: cimiteri al di fuori delle mura cittadine, vietando sia quelli ‘privati’, sia, salvo eccezioni, sepolture sotto il pavimento delle chiese; fosse individuali per ‘tutti’, a prescindere dalla loro caratteristiche individuali; successiva esumazione, dopo alcuni anni, della salma e collocazione dei resti in ossari comuni (ma con la possibilità, a pagamento, di una sepoltura permanente); sostanziale uguaglianza delle tombe, ma con la possibilità di apporvi segni distintivi di riconoscimento. Infine, la gestione dei cimiteri venne assegnata ai Comuni.Due le principali motivazioni alla base di tale mutamento normativo. Una, una igienico-sanitaria, volta a contrastare i rischi derivanti dai sepolcri urbani, stante la crescente consapevolezza delle cause ambientali delle malattie e, in particolare, del ruolo devastante dell’inquinamento delle falde idriche legato alla inumazione dei defunti. L’altra, più ideologica, in quanto la rivoluzione francese aveva reso non più accettabile una netta distinzione tra le fasce più elevate e i ceti popolari: le prime sepolte nelle Chiese con lapidi individualizzate, i secondi destinati, almeno nelle città, alle fosse comuni (Tomasi, 2001).Nello stesso tempo, il decreto si inserì nel processo di secolarizzazione successivo alla rivoluzione francese, dato che la gestione dei cimiteri esistenti venne definitivamente assegnata non più alla Chiesa, ma ai Comuni, ossia alla pubblica amministrazione.Se le motivazioni sottostanti alla nuova normativa non trovarono sostanziali opposizioni, varie voci (tra cui, in Italia, Foscolo) fecero presente il duplice rischio che persone illustri fossero poste in sepolture poco riconoscibili e, quindi, non più adeguatamente ricordate e che il distanziamento della ‘città dei morti’ dalla ‘città dei vivi’ comportasse la fine del culto dei morti.Queste due preoccupazioni (uniformizzazione delle tombe e ‘allontanamento’ dei morti dai vivi) sono interessanti in quanto paradigmatiche del sorgere di una nuova sensibilità circa il vissuto della morte (l’emergere della ‘morte di sé’, di cui parla Ariés) e il rapporto tra i vivi e i morti, con il conseguente ruolo attribuito alle tombe. L’importanza della riconoscibilità delle tombe trovò riscontro nella legislazione successiva che, da un lato, prolungò il periodo della concessione e, dall’altro, rese possibile una loro maggiore differenziazione, prevedendo non solo epitaffi articolati (Vovelle 1993), ma anche una eterogeneità architettonica, per cui alle tombe individuali si affiancano monumenti e tombe di famiglia (Giuffré et al., 2007).Anche se la normativa non venne immediatamente recepita in modo omogeneo, a causa sia dei rivolgimenti politici che di fattori culturali, essa segnò un netto spartiacque nella legislazione cimiteriale non solo in Francia, ma anche negli altri paesi, specie in quelli coinvolti dalle conquiste napoleoniche e/o toccati dal mutamento culturale ad esso connesso.In Italia, ad esempio, l’impostazione dal decreto venne sostanzialmente recepita dal Regno d’Italia (comprendente buona parte dell’Italia settentrionale e parte di quella centrale) nel 1811. Ma una legislazione nazionale (che in buona parte riprese quella francese) si ebbe solo nel 1892.
I cimiteri come luoghi dell’identità familiare e comunitaria e della riflessione laica sulla morte
A partire dall’800, in Francia, come successivamente in Italia, si è così proceduto, dalle città ai più piccoli comuni, alla costruzione di cimiteri fisicamente autonomi dalle Chiese. Cimiteri che, pur prevedendo una cappella, si sono configurati come luoghi pubblici, sostanzialmente laici. Laici, ma connotati da una sacralità per cui l’ingresso è percepito come il passaggio da un luogo profano ad uno sacro (Eliade 1967), che richiede comportamenti adeguati – in primis il silenzio, o, almeno, il parlare sottovoce. Per quanto riguarda l’Italia, la legislazione funeraria di fine ‘800 (sostanzialmente ancora in vigore) ha previsto, peraltro, sia la permanenza dei precedenti cimiteri ebraici e ‘acattolici’, sia la presenza di reparti o sezioni per i defunti di determinate confessioni religiose.Nello stesso tempo, si è avuta una progressiva differenziazione delle tombe. A quelle molto semplici si sono via via affiancati monumenti più o meno ricchi e più o meno caratterizzati ideologicamente o religiosamente; successivamente, alle tombe inumate si sono affiancate quelle tumulate. Al riguardo, occorre infatti ricordare che a partire dalla seconda metà dell’800, a seguito dello sviluppo della metallurgia, è diventato possibile rivestire l’interno delle bare di zinco, con l’effetto sia di ritardare e modificare il processo di decomposizione, sia di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti ambientali più problematici da un punto di vista sanitario. La zincatura ha reso quindi possibile tumulare le bare in colombari ‘verticali’, comportando un consistente risparmio di terreno e un aumento della loro capienza – aspetti particolarmente rilevanti a fronte dell’espansione delle città verificatasi a seguito dei mutamenti socio-economici di quegli anni. La differenziazione delle tombe è venuta così ad accentuarsi: sepolture inumate ‘semplici’ (di norma individuali), vicine a quelle fornite di monumenti (sia individuali che familiari), loculi tumulati singoli vicino a loculi familiari di un’intera arcata (diventati quasi luoghi privati se provvisti di cancello). Ovviamente, con costi diversi: elevati e quindi destinati ai ceti più abbienti le tombe dotate di un monumento o di un’arcata familiare, molto contenuti quelle inumate ‘semplici’ destinate ai ceti popolari; intermedi, dato il costo della zincatura e dello stesso loculo, chiuso da una lastra di marmo, quelle destinate ai ceti medi. Certo, la tomba di famiglia era/è riservata ai ceti più agiati, ma anche quelli popolari potevano/possono disporre, per la prima volta, di tombe in cui ricordare, almeno per un certo numero di anni, i propri cari: le tombe sono diventate per ‘tutti’ i ceti sociali luoghi di perpetuazione non solo dell’identità individuale, ma anche di quella familiare, costituendo, con i loro epitaffi, la testimonianza visibile (e permanente) dell’esistenza dei propri predecessori e in cui le parole scritte fissano per sempre quello che essi erano stati e il rimpianto per la loro morte. Le tombe familiari/individuali permettono, infatti, a chi muore di essere ricordato dai vivi e, a chi rimane, di compiangere e ricordare i propri cari: permettono, cioè, un’eredità d’affetti tra le generazioni centrata più che sulla possibilità di ritrovarsi in un ‘aldilà’, sul ricordo e su una comune appartenenza. Le tombe diventano così spazi simbolici in cui si uniscono la pietà e il ricordo dei parenti e degli amici più cari e in cui si realizza una continuità tra le generazioni. D’altro canto, la differenziazione ‘strutturale’ delle tombe si è intrecciata con la loro crescente ‘personalizzazione’: le croci, o i rimandi religiosi hanno potuto essere sostituiti da altri simboli, da versi di poesie, o da differenti riferimenti ideologici; inoltre, sempre a partire dalla fine dell’800, è stato possibile ricordare il defunto inserendo nella lapide una foto che ne cristallizzasse l’immagine, spesso a un’età decisamente anteriore a quella della morte. Tale crescente personalizzazione può anche essere considerata un buon indicatore del ruolo assunto dalle tombe per il porsi di un legame tra le generazioni e per la memoria familiare. Tutti gli studiosi della famiglia concordano sulla nascita, nell’800, di nuove relazioni all’interno della famiglia sempre più connotate in termini di affetto e di sentimento, anziché di potere (Goode, 1982) e sottolineano, giustamente, il ruolo che su tale mutamento hanno avuto le trasformazioni dell’assetto socio-economico. Ma si può ipotizzare che un nuovo senso di appartenenza e di identità familiare abbiano trovato una base ‘anche’ nella possibilità di ricordare i propri cari attraverso le loro tombe, che, non a caso, fanno riferimento sia alle doti del defunto (sposa e made esemplare, per le donne, “lavoratore dedito al bene della famiglia” per gli uomini), che al dolore dei familiari: “vedova inconsolabile” “la piangono i figli e i parenti tutti”. E, nella visita alle tombe, le famiglie possono così ravvivare le proprie radici e recuperare il filo delle generazioni (Facchini, 2025).Se si può ipotizzare che le tombe individuali e personalizzate siano uno degli elementi alla base della diffusione di un’identità familiare che, anche nei ceti popolari, lega le generazioni nel corso del tempo, anche il cimitero acquista un nuovo ruolo, contribuendo a un’identità comunitaria. La comunità (territoriale in primis) trova, infatti, nel cimitero la propria icona e il proprio fondamento simbolico, fonti di un’identità in grado di opporsi alle tendenze disgreganti ed anomiche proprie della modernizzazione.Ma la destinazione finale dei defunti a un comune cimitero comporta anche che, se ci sono differenze sociali relative alla ‘qualità’ delle tombe, o a seconda che la salma sia tumulata o inumata, il frame concettuale che accompagna la morte è, per tutto l’800 e buona parte del ‘900, sostanzialmente unitario per tutte le fasce sociali e, soprattutto, comune è il suo compiersi in un luogo pubblico, accessibile a tutta la comunità. Luogo che prevede non solo visite individuali/ familiari, modulabili in base alla soggettività di parenti e amici, ma anche visite corali in occasione del giorno dei morti. Certo, da oltre mille anni, la Chiesa dedica il 2 novembre ai morti, con la celebrazione di apposite messe, ma il cimitero, in cui sono presenti le tombe di ‘tutti’ i morti della comunità, comporta che il momento cruciale della commemorazione viene a essere centrato più che sulla funzione religiosa, sulla visita alle tombe cui ‘tutti’ (bambini compresi) quel giorno sono socialmente tenuti; nel contempo, il confluire delle visite ai defunti nello stesso giorno costituisce, per i vivi, l’occasione di vedersi e di parlarsi, facendo così slittare, di fatto, il baricentro della commemorazione dal rapporto ‘con’ Dio mediato dal sacerdote, al rapporto ‘tra’ i vivi, con la conseguente riaggregazione comunitaria che ne deriva (Facchini, 2025). D’altro canto, sempre a partire dalla fine dell’‘800, i cimiteri possono diventare luoghi di riflessione ‘laica’ in cui rapportarsi con l’idea della morte e, quindi, con il senso della vita, spazi di meditazione, aspetto questo forse ancor più presente nei cimiteri anglosassoni in cui l’elemento naturalistico dominante tende a connotarli quasi come giardini. Si pensi, a questo riguardo, a ‘Spoon River Anthology di Edar Lee Master, o a ‘Il cimitero marino’ di Paul Valery, in cui il cimitero costituisce lo sfondo vuoi per riflettere sulla sostanziale casualità della vita, vuoi per rappacificarsi con sé stessi. Da questo punto di vista, potremmo leggere i cimiteri separati dalla città anche come riconoscimento di uno spazio ‘altro’ dalla quotidianità, con una sua sacralità, precedentemente assente quando la morte era, riprendendo la terminologia di Ariès, ‘addomesticata’.Se i cimiteri comunali si configurano come luoghi dei sentimenti privati e dell’identità familiare e comunitaria, altri cimiteri si configurano, invece, come ambiti di identità collettiva. Il riferimento è, soprattutto, a quelli dedicati ai caduti dopo la ‘grande guerra’. É Vovelle a ricordarci che il culto dei morti in guerra che si manifesta all’indomani del primo conflitto mondiale è stata la “più impressionante celebrazione collettiva della morte che si sia vista da secoli” (pag. 577). Alla fine del conflitto, la collocazione dei defunti divenne infatti, a causa del loro elevatissimo numero, una vera e propria emergenza. Soprattutto, si pose la necessità di elaborare un lutto che non era solamente familiare, ma che riguardava centinaia di migliaia di famiglie e, di fatto, tutta la nazione. Per raccogliere i ‘Caduti’, identificati o meno, precedentemente posti nei provvisori cimiteri di guerra contigui alle trincee, vennero così edificati ‘Sacrari’ con un forte significato simbolico, se non ideologico, rappresentando la memoria e i sacrifici dei soldati e, nel contempo, testimoniando un legame trascendente a quello di parentela e di sangue. Emblematico il Sacrario Militare di Redipuglia in Italia, in cui sono riposte le spoglie di oltre 100.000 soldati, di cui 60.000 non ‘senza nome’, che si pose come “l’apoteosi dell’uguaglianza, dell’anonimità e della disciplina militare dopo la morte, un trionfo, scolpito nella pietra, dell’istanza collettiva sull’identità individuale” (Janz, p.630, 2008), assumendo insomma il ruolo di testimonianza e assieme di vettore dell’identità nazionale.
I mutamenti in atto: punti critici e questioni aperte
Se l’800 e in buona parte del ‘900 hanno visto le tombe e i cimiteri come luoghi privilegiati delle identità familiari e nazionali e impliciti ambiti di relazioni tra le generazioni, gli ultimi decenni sono segnati da forti mutamenti, legati alle trasformazioni demografiche, alle inedite possibilità date dalle nuove tecnologie, a un mutato sentire verso la morte, e, infine, allo stesso mutamento normativo.Per quanto concerne il mutamento socio-demografico, è appena il caso di ricordare che, in tutti i paesi occidentali, si assiste ad una crescente presenza di immigrati, che portano con sé costumi e tradizioni, di cui costituiscono parte fondamentale i riti funerari, alcuni dei quali possono essere in contrasto con la normativa nazionale (si pensi, ad esempio ad aspetti quali la tumulazione in un sudario, anziché nella bara, o al divieto di una successiva esumazione). Ma questo pone la questione se accettare o meno una differenziazione dei defunti (e, nel caso, quanto rilevante) che rimandi all’appartenenza religiosa. Una differenziazione consistente metterebbe, infatti, implicitamente in discussione il modello storico degli ultimi duecento anni, basato, almeno nei paesi ‘secolarizzati’, sulla ‘non’ rilevanza giuridica dell’appartenenza religiosa, ossia il modello basato sulla laicità e sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti a una legge comune. Nello stesso tempo, l’esistenza di cimiteri riservati a specifiche religioni/ gruppi comporterebbe un venire a mancare di un luogo in cui ‘tutti’ i morti trovano la medesima collocazione fornendo a ‘tutta’ la comunità dei vivi elementi di condivisione e di appartenenza.Il secondo rilevante mutamento è legato alle nuove tecnologie, che hanno ridefinito anche l’esperienza del lutto e del cordoglio. Da un lato, le numerose, e crescenti, fotografie o video che hanno ritratto i defunti nelle diverse fasi della propria vita offrono loro una inedita possibilità di ‘sopravvivenza’ simbolica, dall’altro, attraverso i social network, immagini/ video del defunto e ricordi di chi è rimasto possono essere condivisi, anche a lungo, al di fuori del contesto privato/familiare, nei propri gruppi di appartenenza (Sisto, 2018). Da questo punto di vista, si può parlare di una transizione dai cimiteri ‘fisici’, che vedono una centralità del fattore contiguità spaziale, ai cimiteri ‘digitali’ rispetto ai quali la distanza/vicinanza spaziale è del tutto irrilevante (Ziccardi, 2017). Ma anche una transizione da un unico cimitero ‘pubblico’, a una pluralità di tanti, piccoli cimiteri ‘privati’. Il terzo mutamento riguarda il ‘comune sentire’, di cui l’indicatore più importante è il crescente ricorso alla cremazione.Per quanto riguarda l’Italia, essa è rimasta, fino alla fine del ‘900, molto contenuta, attorno al 2-3%, anche perché solo nel 1963 la Chiesa Cattolica ha accettato tale pratica. Attualmente, però, anche se certamente si è ancora lontani dai dati registrati in altri paesi occidentali (Walter, 2012) dove la cremazione ha superato le altre forme di sepoltura, essa è sempre più praticata, riguardando quasi il 40% delle sepolture a livello nazionale, ma superando la metà in città come Milano o in Regioni come l’Emilia (Colombo, 2022). Qui non interessa soffermarsi sui motivi del mutamento (Colombo, 2022), ma sul fatto che il ricorso alla cremazione pone una possibilità del tutto nuova: quella di disporre dell’urna in modo differenziato, senza necessariamente collocarla nel cimitero.E qui il ‘comune sentire’ si intreccia, di nuovo, con il mutamento normativo. Per quanto riguarda l’Italia, il riferimento è alla legge 130 del 2001 che, oltre ad aver semplificato e agevolato il ricorso alla cremazione e la sua scelta da parte dei familiari, ha reso non più obbligatoria la sepoltura dell’urna nel cimitero, dato che le ceneri di un defunto possono essere sia conservate in casa, che disperse, in modo abbastanza simile ad altri paesi, in primis Usa, Francia, Germania, Gran Bretagna. Questa normativa comporta quindi una pluralizzazione dei luoghi delle sepolture: al cimitero si affiancano le case in cui le ceneri sono custodite e i luoghi in cui possono essere state disperse. Da un lato una visibilità delle tracce del defunto continuativa, ma solo per chi ne è il ‘custode’ (o per chi il custode decide); dall’altro unicamente le tracce lasciate quando la persona era in vita (lettere, foto…), che, di norma, sono disponibili solo per familiari e amici, ossia per chi con essa aveva uno rapporto personale. In entrambi i casi, si assiste, comunque, a una privatizzazione del ricordo, dato che viene a mancare, o per sempre (nel caso della dispersione), o temporaneamente (nel caso dell’affido), una testimonianza accessibile a tutta la comunità del decesso, ma, in qualche misura, anche dell’essere stato in vita del defunto, le cui tracce sono confinate nella cerchia dei parenti e degli amici e nell’intimità del dolore personale, mentre tende a svaporare la dimensione comunitaria del cordoglio e con essa la valenza pubblica del ricordo. E non è un caso che siano soprattutto i ceti più scolarizzati e le grandi città a ricorrere alla cremazione e, ancor più alla custodia e alla dispersione delle ceneri, vale a dire che siano soprattutto i contesti più modernizzanti a ridimensionare l’importanza di avere un luogo fisico in cui piangere il defunto (e/o in cui farsi piangere).Questi mutamenti, pur nelle loro ovvie differenze, hanno però tratti un comune: tutti e tre sembrano infatti comportare una progressiva perdita di un senso di identità comunitaria ascritta, ‘data’ anzitutto dalla contiguità territoriale, a favore di identità ‘scelte’, ma anche frammentate. Ed è un mutamento che, non caso, si può collocare nel passaggio in atto da identità fortemente strutturate, a identità più libere, ma anche precarie, ‘liquide’ per usare la notissima locuzione di Baumann (2011) e comunque, dai confini più incerti e sfumati.
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Carla Facchini già professoressa Ordinaria di Sociologia della famiglia, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Milano-Bicocca, Dipartimento di cui è stata Direttrice. È stata inoltre Presidente della Conferenza nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di area sociologica e del Centro Interuniversitario ‘Econometica’. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni sui temi della famiglia, della condizione anziane e delle politiche sociali. Tra i suoi volumi più recenti; Facchini C., Impegnarsi per gli altri. Valori e vissuto dei volontari Auser Lombardia, FarncoAngeli, Milano, 2025. Tra i saggi più recenti, Les personnes agées: entre solidarité de couple et solidarité intergenerationelle, Érès, 2024, (pp. 31-75). Facchini C., Anche gli immigrati invecchiano: con quali pensioni?, Neodemos, 25 Febbraio 2025, https://www.neodemos.info/category/migrazioni/25 Febbraio 2025; Facchini C., Restare figli più a lungo, diventare nonni più tardi, Neodemos, 13 maggio 2025, https://www.neodemos.info/2025/05/13/restare-figli-piu-a-lungo-diventare-nonni-piu-tardi/; Facchini C., Des fosses communes aux cendres dispersées au vent. Sépultures et processus identitaires, Éres 2025, (pp. 25-64).É nella Direzione di ‘Autonomie locali e servizi sociali’ e della collana ‘Transizioni e politiche pubbliche di Franco Angeli.Attualmente è Presidente dell’Associazione Nestore, APS impegnata nella promozione di un invecchiamento attivo.
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