Orti urbani

Gli orti urbani. Un campo di pratiche conflittuali

di Giuseppe Caridi

Il termine orto trae origine dal latino hortus che indica tanto lo spazio coltivato e irrigato in prossimità della casa quanto il giardino (Pianigiani 1907). Come dimostra l’origine comune della parola, l’orto e il giardino sono considerati in stretta connessione tanto che è difficile distinguere dei limiti netti tra le loro diverse funzioni. Tosco (2018) ha evidenziato che tale confine «resta comunque labile nei diversi contesti storici, e non serve chiedersi se sia nato prima l’uno o l’altro». Tuttavia, mentre «il giardino è immagine e metafora del vivere in armonia» (Venturi Ferriolo 2019), l’orto, nella città contemporanea, è vissuto come composizione di opposti che tendono alla reciproca esclusione; da una parte la produzione agroalimentare, dall’altra il rischio del degrado o della speculazione. Tale carattere conflittuale non ha solo risvolti di tipo materiale, ma riguarda la nostra condizione esistenziale. Basti pensare al Getsemani, l’orto degli ulivi che, nella tradizione culturale occidentale, diventa simbolo del tradimento e dell’abbandono: spazio dove la vita umana si mostra nella sua più radicale inermità (Recalcati 2019). Gli orti urbani, dunque, campo di pratiche conflittuali. L’esplicitazione di questo carattere tende a porli fra i luoghi emergenti nella fase attuale della ricerca, per diverse discipline.

 

A proposito dell’autore:

Giuseppe Caridi, architetto, è dottore di ricerca in Pianificazione e progettazione della città mediterranea.

 

[voce completa qui]